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DIRITTO CIVILE E COMMERCIALE | Le riviste della biblioteca di Graziadei Studio Legale | Aggiornata al 01/10/2019



INDICE DELLE ULTIME SEGNALAZIONI BIBLIOGRAFICHE:

§ 14. Mariagrazia Monegat, Il condominio non ha personalità giuridica e l’amministratore non ne ha la rappresentanza processuale esclusiva: le azioni concernenti i beni comuni competono anche al singolo condomino
§ 13. Stefano Porcelli, La nuova “Parte generale del diritto civile della Repubblica Popolare Cinese”
§ 12. Alessandro Semprini, Il deposito prezzo nell’acquisto di immobili da costruire
§ 11. Ester Zucchelli, In art we trust: il trust come strumento di gestione e tutela di opere d’arte
§ 10. Antonella Sciarrone Alibrandi, Ugo Malvagna, Self-placement di titoli bancari tra vincoli patrimoniali e tutela dell’investitore

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§ 14. Mariagrazia Monegat, Il condominio non ha personalità giuridica e l’amministratore non ne ha la rappresentanza processuale esclusiva: le azioni concernenti i beni comuni competono anche al singolo condomino, in Immobili & Proprietà, IPSOA, n. 6/2019           
Le Sezioni Unite, con pronuncia n. 10934/2019, hanno affrontato il tema della «riduzione in pristino» di opere realizzate in contrasto con il regolamento di condominio. Prendendo spunto da ciò, il contributo rimarca due indirizzi fondamentali, sebbene talvolta discussi, in materia condominiale. In particolare, l’Autrice ricorda che il primo indirizzo esclude la sussistenza di una piena personalità giuridica in capo al condominio stesso: nonostante la L. 220/2012 riconosca al condominio una «limitata soggettività giuridica», infatti, esso resta comunque un semplice ente di gestione, e non un’entità separata e distinta dai condomini.           



Il secondo indirizzo riguarda invece la rappresentanza processuale relativamente alle controversie su beni comuni. In proposito, le Sezioni Unite hanno ribadito che, quando la controversia su un bene comune riguarda un diritto del condomino, e non la semplice gestione, egli è legittimato ad agire in giudizio con ricorso autonomo rispetto a quello portato avanti dall’amministratore.  



§ 13. Stefano Porcelli, La nuova “Parte generale del diritto civile della Repubblica Popolare Cinese”. Struttura e contenuti, in Rivista di diritto civile, Cedam, n. 3/2019     
Il contributo si fa carico, con completezza e linearità, del non facile compito di spiegare al giurista occidentale l’opera di codificazione civilistica attualmente in corso in Cina. Partendo da un inquadramento storico, che mette in evidenza le faticose tappe del diritto civile cinese e la tradizionale preferenza per le leggi speciali, l’Autore dà conto delle esigenze di coordinamento che hanno portato alla recente stesura di una “Parte generale del diritto civile”.     
La seconda parte del lavoro va poi a svelare struttura e peculiarità del testo in via di redazione, fra ispirazione occidentale e influenza orientale. Ne emerge un modello «pandettistico», che tuttavia unisce civile e commerciale; un testo che si rifà all’organizzazione scientifica di derivazione romanistica, rispettando al contempo la risalente tradizione culturale cinese, e accogliendo anche stralci sovietici, riscontrabili nelle intersezioni pubblicistiche.
Sotto il profilo metodologico, l’Autore accompagna la lettura della Parte generale del diritto civile cinese con la delineazione dei criteri redazionali del corpus normativo (generalità, stabilità, essenzialità), dando conto anche, in relazione all’elaborazione delle bozze preliminari dei restanti libri del codice, della circostanza che si tratti di un’opera di sistemazione e rielaborazione delle leggi speciali.        
In definitiva, quello qui segnalato è un lavoro agile ma organico, una finestra sul sistema giuridico civilistico di un Paese, la Cina, ormai affermatasi tra i leader commerciali del nostro tempo.



§ 12. Alessandro Semprini, Il deposito prezzo nell’acquisto di immobili da costruire, in Contratto e impresa, Cedam, n. 2/2019 
Le asimmetrie tra venditore e acquirente di un immobile da costruire non sembrano ancora trovare un soddisfacente riequilibrio normativo, soprattutto in relazione alle tutele a disposizione dell’acquirente in caso di crisi del costruttore. Il lavoro qui segnalato, poggiando sulle criticità di una disciplina lontana dalle reali esigenze dei contraenti, cerca dunque di descrivere e di superare le inefficienze del D.Lgs. 122/05 (così come modificato dal D.Lgs. 14/2019).         
L’Autore individua i principali punti deboli nell’esclusione delle cosiddette «vendite su carta» dall’ambito di applicazione della legge, nonché nell’onere a carico del venditore di prestare una particolare fideiussione, le cui rigide caratteristiche, fissate per legge, sembrano peraltro porsi alla base della sistematica disapplicazione della normativa.          
In attesa di un organico intervento del legislatore, dunque, ciò che il lavoro propone è l’utilizzo di un differente strumento giuridico, che si pone al di fuori della disciplina in discorso, ma che potrebbe riequilibrare gli interessi delle parti anche in assenza dell’apposita fideiussione: si sta parlando, in effetti, del «deposito prezzo nel conto dedicato dal notaio». Si tratta di un istituto, le cui caratteristiche sono ben illustrate nella trattazione, che rappresenta l’evoluzione normativa del deposito formale e del deposito fiduciario e che consiste, in sintesi, in un conto corrente dedicato presso il notaio, un patrimonio destinato.           
Anche al netto di alcuni profili problematici minori, sostiene l’Autore, tale strumento risulta particolarmente idoneo a tutelare le esigenze, anche concorrenziali, dei costruttori, che non avranno più l’onere della fideiussione, garantendo al contempo al compratore la certezza di non perdere i propri soldi in casi come la crisi del costruttore.



§ 11. Ester Zucchelli, In art we trust: il trust come strumento di gestione e tutela di opere d’arte, in i Contratti, IPSOA, n. 3/2019      
Il lavoro si pone come una vera e propria guida operativa all’utilizzo del trust per la gestione delle opere d’arte. Dopo aver tratteggiato le linee essenziali dell’istituto, di derivazione anglosassone, l’Autrice illustra le fasi propedeutiche alla corretta instaurazione di un trust per la protezione di opere di valore artistico, siano esse tutelate con finalità remunerativa o di conservazione dell’unitarietà della collezione di cui fanno parte. 
Esiste pertanto una prima fase di due diligence, necessaria alla costruzione dell’inventario, cui segue la scelta della tipologia di trust più aderente all’obiettivo: sul punto, si distinguono il ‘reserved powers trust’, che prevede un ampliamento dei poteri del disponente, dalla ‘private trust company’, che contempla la figura dell’art advisor; non dissimile da questa è la ‘private trust foundation’, in cui il ruolo di trustee è svolto da una fondazione in luogo della trust company, mentre il ‘purpose trust’ si caratterizza infine «per l’assenza di beneficiari e per la presenza di uno o più “purposes”». 
Terza ed ultima fase è poi il conferimento delle opere nel trust, ambito in cui il richiamo agli aspetti fiscali dell’operazione consente all’Autrice di predisporre una panoramica relativa alle figure professionali coinvolte e ai loro compiti.           
A riprova della indiscussa valenza dell’istituto per la tutela di un patrimonio artistico, il contributo illustra infine alcuni ‘case studies’, incoraggiando così la fiducia in un istituto poco diffuso, ma molto duttile.  



§ 10. Antonella Sciarrone Alibrandi, Ugo Malvagna, Self-placement di titoli bancari tra vincoli patrimoniali e tutela dell’investitore, in Banca Borsa Titoli di credito, Giuffrè Francis Lefebvre, n. 2/2019          
Nell’inquadrare le problematiche del collocamento dei titoli bancari presso gli investitori (in particolar modo retail), il lavoro qui segnalato si discosta dichiaratamente dall’approccio tradizionale, incentrato sull’analisi dell’assetto specifico di regole e remedies, e privilegia invece la valutazione dell’adeguatezza complessiva della normativa europea di settore, chiedendosi sostanzialmente: è un insieme di regole coerente e non contraddittorio?          
Il quadro europeo non sembra allo stato fornire risposte soddisfacenti, con gli Autori che sollevano in particolare due ordini di problemi. Il primo riguarda il rapporto tra norme sul patrimonio e attività di collocamento dei titoli bancari, che consiste in una previsione capace di coniugare «due difetti all’apparenza opposti»: cioè la contestuale previsione di coefficienti patrimoniali rigidi, da un lato, e della possibilità per gli enti creditizi di emettere strumenti innovativi e vari, dall’altro; ciò comporta una unitarietà sovradimensionata degli obblighi patrimoniali a fronte di una scarsa standardizzazione (e quindi comprensibilità sul mercato) dei mezzi con cui raggiungere i medesimi obblighi.      
A ciò si legano poi, nella sintesi degli Autori, le forti criticità esistenti nella disciplina del conflitto di interesse. A poco sembrerebbero valere anche gli interventi dell’ESA, dal sapore compilativo nel loro richiamo agli obblighi normativi.   
Uno spiraglio a un equo contemperamento di interessi potrebbe però essere rappresentato dallo strumento regolatorio della product governance: anche al netto delle preoccupazioni (la potenziale «burocratizzazione di un processo di cui restano taciute le reali dinamiche di funzionamento»), la speranza è che «lo spostamento del focus dall’atto singolo alla generale politica di “autocollocamento” consenta di percepire e correggere condotte disfunzionali non emergenti a livello individuale». Non a caso, conclude sul tema il contributo, «il portato concettuale e operativo della product governance […] sta proprio nella presa di coscienza dell’insufficienza dell’approccio regolatorio tradizionale alla tutela dell’investitore».



§ 9. Federico Azzari, Ricodificazione del diritto dei contratti: il ruolo della parte generale e l’influenza delle discipline di settore, in Contratto e impresa, Cedam, n. 2/2019          
L’impermeabilità del Codice Civile, con riferimento alla disciplina contrattuale, è da tempo messa in discussione dal susseguirsi di intersezioni settoriali, quali la normativa consumeristica. L’ipotesi di una – quantomeno parziale – ricodificazione, efficacemente sostenuta nel contributo segnalato, trova quindi una sua giustificazione, per prendere in prestito le parole dell’Autore, nella “riconcettualizzazione dell’autonomia privata”.         
Del resto, la complessità introdotta nel sistema contrattualistico da fonti esterne al Codice, anche di matrice europea, impone una riflessione sul ruolo e sulla valenza odierna dell’impianto tradizionale, atteso che sono oggi prevalentemente le discipline extra-codicistiche “a regolare il comparto quantitativamente più consistente delle transazioni quotidiane, ossia quello dei contratti tra professionisti e consumatori”.  
Il travaso in favore della lex specialis va contestualizzato nella necessità, particolarmente avvertita nel dinamismo contrattuale e commerciale moderno, di neutralizzare le asimmetrie informative che di volta in volta il contraente debole si trova a fronteggiare rispetto a professionisti, banche, intermediari finanziari, ecc. Sotto questo profilo, la funzionalizzazione “macroeconomica” della disciplina consumeristica alla correzione degli assetti di mercato, pur prendendo le distanze dalla visione tradizionalmente “microeconomica” della disciplina generale dei contratti, potrebbe essere assorbita dal Codice, invece di rimanere un corpo estraneo.
Ed è infatti proprio dalla “giustizia contrattuale”, dalla ricerca del bilanciamento tra le parti nella predisposizione degli assetti contrattuali, che l’Autore suggerisce alcuni profili di riforma, di ricodificazione, appunto: una ricostruzione organica ed unitaria che guardi alle condizioni generali di contratto, certo, ritagliando tuttavia delle eccezioni su misura delle esigenze del consumatore (e senza dimenticare che anche un imprenditore può essere contraente debole, qualora si parli di abuso di dipendenza economica). Infine, cenni di riforma sarebbero ipotizzabili anche in altri ambiti, dato il sapore anacronistico di istituti quali la garanzia per vizi nella vendita di diritto comune, la rescissione del contratto e i vizi del consenso.



§ 8. Claudio Belli, La conferma tacita dell’incarico conferito all’amministratore di condominio alla prova della giurisprudenza di merito. Verso la renovatio imperii?, in i Contratti, IPSOA, n. 2/2019
In tema di incarico dell'amministratore di condominio, l’attuale formulazione dell'art. 1129, comma 10, c.c.,stabilisce espressamente che esso “ha durata di un anno e si intende rinnovato per eguale durata”.  
La disposizione, tuttavia, ha sollevato sin dalla riforma dubbi interpretativi circa l'esatto regime di rinnovazione tacita del contratto di amministratore condominiale; dubbi che il contributo qui segnalato - prendendo le mosse da una recente sentenza di merito - ambisce a contestualizzare e risolvere. Le perplessità si riscontrano, in particolare, sul punto della costruzione negoziale del contratto (il rinnovo apre a “un nuovo contratto sebbene identico al precedente”, oppure a una proroga annuale del contratto originario?), e su quello della modulazione temporale e procedimentale del rinnovo (si tratta di un rinnovo automatico di anno in anno, e senza interruzioni? o è invece necessario un passaggio assembleare?).      
Dalle riflessioni dell'Autore sembrerebbe emergere, invero, una rinnovabilità dell'incarico automatica e senza interruzioni, che non risulterebbe scalfita né dalle confliggenti disposizioni dell’art. 1135 c.c. (sulla conferma assembleare dell’incarico), reputato come un “vero e proprio lapsus calami”, né da alcuni altri obblighi informativi previsti in capo all’amministratore (in quanto obblighi temporalmente e sistematicamente incongruenti).      
L’Autore propugna dunque “un meccanismo di conferma tacita che coinvolgerebbe tutti gli elementi del contratto ivi compresi gli obblighi informativi […] a cui le parti farebbero riferimento attraverso un rinvio per relationem nel momento perfezionativo (automatico), del nuovo contratto e, più precisamente, alla scadenza di ogni anno, senza necessità […] di deliberazione assembleare”.
Tuttavia, ed è questo l’ammonimento conclusivo, dal regime di conferma tacita così delineato bisogna comunque tenere distinta la cosiddetta prorogatio imperii, costruzione giurisprudenziale non più invocabile in quanto in palese contrasto con l’art. 1129, comma 8, c.c.  



§ 7. Giuseppe Santoni, Il diritto bancario del futuro, in Rivista delle società, n. 1/2019, Giuffrè Francis Lefebvre       
Sistema, attività e ordinamento bancari sono cambiati molto ma in un futuro prossimo essi cambieranno ancor di più”.
Ma quali sono i driver di tale cambiamento, e quale l’approdo? E’ a queste domande che il saggio, dopo aver ricostruito il percorso bancario del XX secolo (dall’iniziale sistema a concorrenza limitata, fino alla “sovrabancarizzazione” degli ultimi decenni), fornisce un’articolata risposta. Essa poggia, essenzialmente, sulla spinta concorrenziale data dalla globalizzazione, sul processo di integrazione europea e sull’evoluzione tecnologica.   
In particolare, l’inquadramento della dimensione informatico-tecnologica del cambiamento porta l’Autore ad analizzare il fenomeno della Fin Tech sotto due punti di vista. Da un lato, il riferimento è al settore dei pagamenti, con la previsione – e, forse, l’auspicio – di una sempre minor necessità di intermediazione nei pagamenti contactless. Dall'altro, si guarda al settore dei prestiti, con un’ampia parentesi dedicata alle piattaforme di social lending, dove dominano i mercati asiatici e la Cina in particolare.
Conseguenza di questa rivoluzione tecnologica è certamente la necessità, al calare del tradizionale servizio di intermediazione creditizia, di un riposizionamento delle banche sul mercato. “L’attività bancaria” infatti “si sta evolvendo in una direzione che ritiene sempre meno centrali la raccolta del risparmio presso il pubblico e la erogazione del credito, come tradizionalmente intese […] e sempre più si va indirizzando verso quelle altre attività finanziarie, ovvero attività connesse e strumentali”.
Altra tendenza via via sempre più riscontrabile, in un contesto bancario che apre le porte a nuovi servizi e a competitors internazionali, è poi l’aggregazione, un elemento capace di far “sparire” il sistema bancario italiano, nel senso di inglobarlo in quel processo di integrazione europea che, nell’economia del saggio, ne rappresenta l’ineludibile approdo.



§ 6. Alberto Maria Benedetti, Il Ius Variandi, nei contratti bancari, esiste davvero? Appunti per una ricostruzione, Banca Borsa Titoli di credito, Giuffrè Editore, n. 5/2018
Il saggio si interroga sull'effettivo utilizzo, negli schemi contrattuali bancari, dello ius variandi nella sua veste di diritto potestativo. In prima battuta, l'Autore offre una ricostruzione dell'istituto, inserendolo nell'ambito dei contratti standardizzati: se lo ius variandi sembra contrastare con alcune pietre angolari del diritto contrattuale (come, per esempio, l'accordo tra le parti), esso in realtà può diventare, specialmente nei contratti di durata, un "normale strumento di gestione delle sopravvenienze". E lo stesso Codice del Consumo, in effetti, fa salve le determinazioni unilaterali qualora esse seguano a un giustificato motivo indicato nel contratto.
La seconda parte del saggio è poi dedicata alla specifica interazione tra lo ius variandi e il settore bancario. In particolare, gli articoli 118 e 126 sexies del TUB sembrano procedimentalizzare l'istituto, prescrivendo presupposti formali e sostanziali per il suo utilizzo, che approdano nello schema "proposta di variazione + mancato esercizio del recesso legale" (o mancato rifiuto, nel caso dei servizi a pagamento del 126 sexies).
Tale procedimentalizzazione, pur semplificata e fortemente criticata, conferisce secondo l'Autore un margine di autonomia negoziale al "contraente debole", tale per cui il suo rifiuto o il suo recesso può bloccare la variazione contrattuale; se ne deduce così che lo ius variandi, inteso come modifica unilaterale, non rientrerebbe tra le facoltà attribuite alla banca nella gestione dei contratti bancari.



§ 5. Marco Cian, L’economia immaginaria: spigolature, in Giurisprudenza commerciale, Giuffrè Francis Lefebvre, 45.3, 2018
L’Autore offre una panoramica dell’utopia (intesa come delineazione astrattiva di strutture e meccanismi giuridico-economici), evidenziando il percorso umano nella storia, tra reale e fantastico.
Il testo, ricco di riferimenti letterari e filosofici, prende le mosse dallo Stato platonico per arrivare gradualmente all’opera di astrazione tecnico-scientifica ottocentesca, dove l’utopia inizia a interrogarsi sul destino dell’uomo e della società.               
Nel Novecento, la riflessione fantastica si riveste infine di un monito distopico, soprattutto nelle occasioni in cui descrive uno scenario economico: la distopia capitalistica è declinata secondo le categorie dell’ “esasperazione del modello consumistico” (es. obsolescenza programmata, sistemi produttivi), dell’ “esasperazione del modello efficientistico di produzione” (es. graduale sostituzione di robot e intelligenza artificiale all’uomo) e dell’ “esasperazione del modello della grande impresa” (es. lettura profetica del ruolo delle online platforms).



§ 4. Emanuele Tuccari, La (s)consolante vaghezza delle clausole generiche per disciplinare l'eccessiva onerosità sopravvenuta, in Contratto e Impresa, CEDAM, n. 2/2018
Il saggio tratta il problema delle sopravvenienze nei contratti a prestazioni corrispettive, soffermandosi in particolare sull’eccessiva onerosità sopravvenuta, cioè quella tipologia di sopravvenienza consistente nello squilibrio del valore di mercato delle prestazioni.          
Dopo un excursus orientato a ricordare le teorie succedutesi nel tempo, l’Autore sottolinea come possibile soluzione l’utilizzo di clausole che favoriscano un ribilanciamento dell’assetto negoziale. Tra queste, trovano posto le clausole di recesso e quelle di adeguamento: le prime, mosse dall’intento di estinguere il rapporto; le seconde, di conservarlo.
L’analisi critica delle due tipologie è accomunata dallo sfavore espresso nei confronti delle pattuizioni “generiche”, siano esse di recesso o di adeguamento. La genericità, infatti, comporta indeterminatezza nell’individuazione dei presupposti applicativi e dei rimedi negoziali concretamente attuabili attraverso lo scioglimento o la rinegoziazione del rapporto.  Meglio, allora, propendere per clausole “specifiche”, capaci di assicurare maggiore certezza negoziale.      
Anche le clausole specifiche però - ammonisce l’Autore - presentano controindicazioni: sia che si tratti di risoluzione, sia che si tratti di adeguamento, la specificità della pattuizione può far perdere di vista il quadro d’insieme, accentuando lo sbilanciamento dell’assetto contrattuale.      
Anche al netto delle clausole che presuppongono l’intervento di un terzo (arbitraggio e compromissorie di arbitrato), pertanto, il saggio propone una via “intermedia” tra le due opposte istanze. Il focus è sulla tecnica redazionale e sul rapporto tra i remedies virtualmente ipotizzabili: sotto il primo profilo, gioca un ruolo centrale la capacità delle parti di individuare concretamente i presupposti applicativi delle clausole di riequilibrio contrattuale; sotto il secondo profilo, si propone come modello vincente quello delle clausole “miste”, capaci di offrire una gradualità tra la conservazione del rapporto contrattuale (adeguamento) e lo scioglimento del rapporto (recesso), avendo come stella polare la miglior tutela degli interessi delle parti.



§ 3. Paolo Efisio Corrias, La garanzia convenzionale nella vendita dei beni di consumo, in Contratto e Impresa, CEDAM, n. 2/2018
La garanzia "convenzionale", come noto, rappresenta un elemento ulteriore e aggiuntivo, a tutela del consumatore, rispetto alla protezione di base contro il difetto di conformità del prodotto, espressa dalla garanzia “legale”.              
L’Autore si sofferma su un’ampia analisi dell’art. 128 Cod. Cons. e, pur prendendo spunto dai requisiti di accessorietà e gratuità della garanzia convenzionale, afferma tuttavia l’estendibilità della disciplina di cui all’art. 133 Cod. Cons. anche alle garanzie (opzionali) a pagamento. Ciò al fine di favorire sia la trasparenza dei costi sia la tutela effettiva del consumatore.  
Segue una puntuale descrizione del profilo contenutistico della garanzia convenzionale, che si sofferma in particolare sulla sua natura pattizia. Chiudono il saggio alcune considerazioni in tema di: a) rapporto tra garanzia legale e garanzia convenzionale; b) vantaggi conferiti al consumatore dalla garanzia convenzionale; c) natura, fonti e contenuto minimo della garanzia convenzionale.



§ 2. Davide Cesiano, I derivati e le amministrazioni pubbliche locali: l’esperienza negli USA e nel Regno Unito, in Giurisprudenza Commerciale, Giuffrè Editore, 45.1, 2018
Obiettivo del saggio è offrire una panoramica delle esperienze di Common Law, tutt’altro che unitarie, sul tema degli strumenti finanziari. Tra USA e UK, anzi, lo scenario appare divergente.
Negli Stati Uniti, afferma l’Autore, la regolamentazione del fenomeno nasce all’indomani della crisi del ’29, con una differenziazione tra Primary Market (la fase di emissione degli strumenti finanziari) e Secondary Market (le negoziazioni successive).
Questo impianto ha retto, pur con degli accorgimenti, fino alla deregolamentazione di fine anni novanta (Gramm-Leach-Bliley Act), mossa dall’idea che “mercati più liberi dovrebbero essere in grado di produrre risultati migliori”. Tuttavia, la bolla speculativa che ne è conseguita, legata alla negoziazione di strumenti derivati fuori dai mercati regolamentati, sembra essere stata alla base della crisi finanziaria dello scorso decennio; crisi alla quale ha infine risposto il Dodd Frank Act, incrementando la trasparenza e l’efficienza dei mercati OTC.
Di particolare rilievo, nell’economia del saggio, risulta essere l’ampia parentesi dedicata al rapporto tra strumenti derivati e pubbliche amministrazioni: l’illustrazione delle cosiddette Municipal Securities, suddivise in General Obligation Bond (che sostengono la “generica capacità di spesa dell’emittente”) ed Evenue Bond (“emessi per finanziare progetti ben precisi”), procede attraverso i casi Jefferson County e Detroit. Tali due esempi di utilizzo di strumenti derivati da parte delle p.a., afferma l’Autore, evidenziano come “il ricorso indiscriminato alla finanza creativa, in periodi di crisi finanziarie di natura sistemica, possa aggravare, anziché risolvere, i problemi dell’indebitamento degli enti locali”.     
Di natura opposta, invece, risulta essere il resoconto dell’esperienza anglosassone. Se è vero che, a partire dagli anni ’80, la progressiva compressione della spesa pubblica ha spinto gli enti locali del Regno Unito a ricorrere alla stipula di contratti derivati, tuttavia fin dall’insorgere delle prime controversie in materia si è affermata la teoria della nullità dei contratti di swap firmati dagli enti locali in quanto atti ultra vires. Ferma la nullità appena citata, ricorda l’Autore, in UK è venuta tuttavia in gioco anche la necessità di contemperare gli interessi pubblici con gli interessi economici delle controparti contrattuali private. 



§ 1. John Cartwright, Il diritto inglese dei contratti. Una presentazione per il civil lawyer, in Contratto e Impresa, CEDAM, n. 3/2017
Nel presentare al giurista continentale il sistema anglosassone dei contratti, l’Autore si concentra su due direttrici: da un lato, illustra le caratteristiche generali del contratto d’oltremanica (con particolare riguardo alla nozione, agli obblighi derivanti per le parti e al ruolo delle corti); dall’altro, si sofferma sulle differenze sistematiche esistenti, in ambito contrattuale, tra Civil Law E Common Law.      
E proprio nella tradizione di Common Law si incardina la prima differenza tra i due ordinamenti: in Inghilterra sono le corti, e non la legge, ad aver sviluppato i principi fondamentali del diritto dei contratti. Tale elaborazione ha preso a riferimento il modello commerciale, usato come “base generale” per tutti contratti. Nonostante il “modello unitario”, la pluralità di esigenze sottese alla pratica contrattuale è generalmente salvata dalla prassi di redigere singole clausole specifiche.             
Per quanto riguarda le caratteristiche generali del contratto, una peculiarità della Common Law è l’assenza di un obbligo generale di correttezza (cioè di buona fede) nelle trattative: ogni parte cura esclusivamente i propri interessi, purché eviti misrepresentations (cioè le false dichiarazioni precontrattuali).   
Questa impronta “materialista” è peraltro riscontrabile anche nella dottrina della consideration, in base alla quale il contratto è visto essenzialmente come uno scambio suscettibile di valutazione economica, e nella disciplina del breach of contract e dei remedies

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